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Le interviste

Marta Gilmore

Cosa è successo il giorno dopo il diploma?
Non ricordo esattamente il giorno, ma so che nei giorni immediatamente successivi al diploma ho traslocato nella casa in cui vivo ancora oggi e in cui tre anni dopo è nato mio figlio. In questo senso è stata una fine ma anche un inizio. Anche perché lo stesso spettacolo di diploma, nel mio caso la mia regia de L’Isola di Athol Fugard John Khani e Winston Nshona è stato l’ultimo passo come allieva della scuola e il primo come regista professionista. E da quello spettacolo è nata la compagnia, oggi collettivo artistico, che dirigo tuttora che si chiama appunto Isola Teatro. Quindi è stato un momento “ponte”. Ma quello che ricordo fisicamente sono io nei giorni successivi al diploma, che disfo scatoloni in una casa vuota.

Cosa fai ora?
Proprio in questi giorni (dicembre 2020) stiamo lavorando come Isola Teatro a due progetti collegati da un filo comune. Nel primo caso si tratta di “AllezEnfants! microfestival teatrale delle scuole superiori di Roma”, un progetto nato ormai 4 anni fa insieme allo spazio indipendente Carrozzerie not e con la collaborazione e il sostegno del Teatro di Roma. E’ un progetto che coinvolge i laboratori teatrali di diverse scuole superiori della città, insieme agli artisti e alle compagnie della scena romana che li conducono. E’ un progetto che negli anni ha coinvolto centinaia di adolescenti che prendevano parte a una tre giorni di laboratori e messa in scena dei loro spettacoli negli spazi del Teatro India. Una vera e propria invasione, festosa e rispettosa insieme, in cui i ragazzi di scuole e territori diversi si sono potuti incontrare “nel fare” sudando insieme sui palcoscenici di India sotto la guida di registi, coreografi e attori di calibro nazionale. Ora quest’anno il progetto viene riaffermato nella sua necessità pur essendo rimodulato e così realizzeremo un film collettivo ispirato al Decamerone di Boccaccio. E l’altra cosa a cui stiamo lavorando è l’attivazione di un laboratorio gratuito per adolescenti nel territorio di Vigne Nuove insieme al Centro Didattico Musicale, realtà con cui collaboro da molti anni a progetti che uniscono la pedagogia teatrale a quella musicale in maniera innovativa. Questo laboratorio aspirerà poi ad andare “In paradiso” ossia a prendere parte idealmente e virtualmente, ancorché fisicamente, se sarà possibile pandemia permettendo, al Cantiere Dante del Teatro delle Albe a Ravenna, al quale abbiamo già partecipato portando gruppi di ragazzi romani a far parte di Inferno e Purgatorio.

E qui subentra anche la mia seconda grande esperienza di formazione dopo La Cometa, che è stata l’incontro con il Teatro delle Albe di Ravenna e la sua Non- Scuola. Li ho incontrati facendo da guida teatrale al progetto Arrevuoto a Scampia e da allora non li ho più lasciati. E non è un caso quindi che entrambi i progetti che dicevo saranno realizzati anche grazie al sostegno di Ravenna Teatro e della sua incredibile iniziativa di redistribuzione degli aiuti Covid agli artisti e alle artiste della scena nazionale. Noi siamo tra le realtà che hanno beneficiato di questa iniziativa. E’ un onore ma anche una responsabilità alla quale sentiamo il dovere di rispondere provando a ragionare sulla stessa lunghezza d’onda. Quindi facendo rete, redistribuendo a nostra volta, provando a dare il senso di una comunità che risponde a questa terribile emergenza rimettendo al centro il senso di un’etica, di un ruolo critico e politico del teatro nella società. Poi come collettivo realizziamo anche produzioni artistiche in senso più stretto. Le mie due ultime regie sono state esattamente un anno fa, a novembre del 2019 quando con Isola Teatro abbiamo debuttato con due spettacoli al Teatro India. Il primo, La casa bianca, con Armando Iovino, di cui firmavo la regia e co-firmavo la drammaturgia sempre insieme ad Armando, mio compagno di corso alla Cometa e co-fondatore della compagnia. E’ uno spettacolo frutto di una lunghissima gestazione, ispirato ad un racconto che Armando ha scritto in cui ripercorreva una sua storia familiare legata alla latitanza di un grande boss della camorra. Una storia piccola ma illuminante che analizza la relazione tra il potere mafioso e il suo territorio con un linguaggio anti-retorico, che mette al centro non la storia di un eroe ma quella di una complice, ponendosi una serie di domande proprio sulle capacità di seduzione della camorra e sulle dinamiche familiari da cui è nata quella vicenda. E Habiba la magica, dal romanzo omonimo di mia madre, Chiara Ingrao, uno spettacolo per persone dai 6 anni in su. che parla di una bambina italo-africana che vola su una scopa magica nei cieli di Roma. Anche in questo caso il lavoro strettamente produttivo si è fuso con una vocazione educativa, la visione dello spettacolo si accompagnava ad un laboratorio per bambine e bambini che venivano coinvolti attivamente sul palco durante la replica. Questa tendenza anche qui “comunitaria” che mette in crisi la divisione tra attore e spettatore era emersa anche nello spettacolo precedente a questi, Friendly Feuer, una polifonia europea, un lavoro sulla diserzione e le nevrosi di guerra durante il primo conflitto mondiale.

Infine lavoro come traduttrice freelance, sia per il teatro che per la tv. Da questo punto di vista il lavoro più importante che ho realizzato è stato sicuramente Bei soldi di Caryl Churchill, un’opera scritta in versi rimati che ha come tema il Big Bang delle borse finanziarie alla fine degli anni ’80. Un’opera travolgente vincitrice di molti premi e famosissima in tutto il mondo ma non tradotta in italiano perché ritenuta intraducibile. E io mi sono messa di buzzo buono e l’ho tradotta, in rima ovviamente.

C’è qualcosa che ti porti dietro dei tempi in cui eri allieva?
Mille cose, sono stati gli anni più divertenti della mia vita senza dubbio. Ma non in senso goliardico, nel senso proprio del piacere, del gusto di imparare. Sicuramente mi hanno in parte risarcito della frustrazione che le scuole e università italiane mi avevano lasciato addosso fino a quel momento. Quindi difficile acchiapparne una. L’autonomia è qualcosa su cui la scuola punta tantissimo e che poi, in questo sistema teatrale così precario, dove devi inventare continuamente strade che non esistono, ti aiuta eccome. Questo mi aiuta molto anche come insegnante, anche se non so se ritenermi tale, mi piace di più pensarmi come una guida, come “un’allenatrice” quella che prepara il campo di gioco e crea le condizioni per cui gli altri possano giocarci dentro e poi risplendere. Però insomma quando conduco laboratori dopo i giochi, la propedeutica ecc. c’è il momento in cui chiedo a persone di ogni età di creare dei materiali scenici a partire da uno spunto che viene a fare da chiave d’accesso al percorso che ci aspetta. Questo accade anche con gli attori al primo giorno di prove di una nuova produzione. Per me c’è qualcosa che mette le fondamenta di quello che sarà in quel momento lì. Perché le persone d’istinto propongono uno sguardo, una direzione, danno in qualche maniera anche una cifra a quello sarà. Poi il lavoro del regista/conduttore/guida diventa nel mio caso quello di indirizzare quella scelta istintiva e farla incontrare con il mio gusto e i miei “attrezzi del mestiere”. Ma dare all’autonomia creativa delle persone la giusta fiducia crea secondo me uno spazio fondamentale e io mi segno sempre quello che succede in quel momento perché so che poi tornerà utile. Ecco secondo me questa attenzione a quello che un gruppo o un singolo è in grado di proporre o di tirare fuori dalle proprie risorse, è un bagaglio che mi ha dato la Cometa. Perché noi non eravamo mai dei soggetti passivi e la nostra responsabilità era sempre quella di trovare uno spazio, un tempo, una concentrazione per la parte di lavoro che soltanto noi potevamo fare.

E poi sicuramente un approccio non mentale al teatro. Un approccio fondato sulla ricerca di strade corporee e concrete. E tutt’ora quando avverto un blocco nella creatività, mia o degli altri, mi ricordo che la cosa migliore è fare, agire, smuovere le energie. Metterle nel corpo. Nel corpo fisico del singolo o nello spazio sempre corporeo in cui sta operando un gruppo. Un gruppo che deve scoprire come attivare energie straordinarie e tenerle vive. Anche questo è un lascito della scuola.

Nessuno dei docenti che abbiamo avuto ci ha mai permesso di pensare che l’azione sulla scena potesse rinunciare a questa attivazione non ordinaria. Che si potesse recitare con un corpo passivo e un’energia al minimo. Anche se immobile il tuo metabolismo interno doveva essere ancora più vitale e attivo. Questa mi è rimasta come idea fondante.

Poi resta anche il ricordo di avere avuto il lusso di potermi dedicare solamente a me stessa per tre anni interi. Lavorando sui miei limiti e le mie risorse, ma con la motivazione fortissima di voler sbagliare per poter imparare. Questo mi è rimasto perché è stato un dono.

Marta Gilmore si diploma in recitazione e regia nel 2004.
Nel 2005 è cofondatrice del collettivo Isola Teatro e con “La strada ferrata” è finalista al premio Scenario nel 2007.
Vince nel 2009 il premio Lia Lapini con lo spettacolo “Senza Lear“.
Collabora per diversi anni con la compagnia del Teatro delle Albe, mentre insieme a Carrozerie Not crea il microfestival dedicato ai laboratori teatrali dei licei romani Allez Enfants! Svolge da molti anni il mestiere di traduttrice, collaborando con organizzazioni internazionali e riviste specializzate.

Traduce anche diversi testi di teatro, di cui pubblica “Molly Sweeney” (2006) di Brian Friel e “My name is Rachel Corrie” (2007) dagli scritti di Rachel Corrie, con la casa editrice “Reading Theatre”. Ha collaborato con l’Associazione Asitinas ad un laboratorio di teatro e drammaturgia per donne immigrate e con l’associazione il Grande Cocomero ad un laboratorio di scrittura poetica con gli adolescenti ricoverati presso il reparto di neuropsichiatria infantile.