Who’s Afraid Of The Little Boy?
Who’s Afraid Of The Little Boy?
Laboratorio di scrittura scenica e di composizione drammatica
A cura di Luciano Colavero
Gli allievi del terzo anno del Centro Internazionale La cometa dopo lo stage di alta formazione di Interaction Tecnique si confrontano con la difficile arte della scrittura scenica, strumento imprescindibile della creazione drammaturgica contemporanea.
A guidarli in questo percorso Luciano Colavero.
“…Ho iniziato a lavorare con il III anno di recitazione e regia e già dopo un paio di giorni il laboratorio di scrittura scenica e composizione drammatica si è configurato come un’immersione totale. L’impegno enorme che ho richiesto loro e l’enorme disponibilità da parte del gruppo in risposta alla mia richiesta di coinvolgimento totale, mi fa provare una strana e piacevole sensazione, la sensazione di conoscerci non da pochi giorni, ma da mesi. C’è un clima di totale apertura, privo di competizione e di giudizio. Un buon punto di partenza per un lavoro onesto. Non so cosa ne verrà fuori, come sarà il “pezzo” con cui apriremo l’ultima lezione, ma so già che il processo di lavoro sarà una continua scoperta. La mia spina dorsale è sempre sveglia e attiva.
La questione che ho messo sul piatto, dopo un intenso dialogo con Lilli Cecere, è davvero impegnativa. Da un lato ci sono tutte le difficoltà della scrittura scenica, con tutti i processi che attiva, che per me sono di estremo interesse, ma che possono spaventare chi è abituato a lavorare a partire da un testo (apertura dell’immaginario, composizione collettiva, superamento dei blocchi creativi, improvvisazione per la scrittura verbale e fisica, trascrizione e rielaborazione di quanto viene dagli studi), dall’altro lato c’è l’argomento che abbiamo scelto io e Lilli, che è davvero scomodo: l’evento che ha chiuso l’ultimo conflitto mondiale, il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki ad opera degli americani, è ancora vivo in noi? O meglio: è ancora viva in noi la paura che una guerra, che ci coinvolga direttamente o meno, possa portare a un’escalation che conduca alla distruzione totale? Who’s afraid of the Little Boy? Abbiamo ancora paura che un “little boy” possa essere sganciato a causa di un conflitto, mondiale o locale?
Scrivevo nel progetto:
Little boy era il nome in codice della Mk1, la bomba sganciata su Hiroshima alle ore 8:15:17 del 6 agosto 1945. La bomba ha impiegato 43 secondi per arrivare all’altezza prevista per l’esplosione, 580 metri, l’altezza calcolata per avere il più alto potere distruttivo. L’esplosione di little boy è stato l’evento che ha posto fine all’ultima guerra mondiale, ma non solo, quell’evento ha cambiato le possibilità della guerra, ha cambiato l’idea stessa della guerra. In quel momento non è stato neppure sfiorato il limite estremo del potere distruttivo dell’atomica, little boy non era che una bomba (anche se un altro “ragazzino” sarebbe caduto su Nagasaki) eppure l’idea dell’annientamento non è mai stata incarnata con altrettanta evidenza. Un annientamento istantaneo, definitivo.
Eppure non è andata davvero così. Se pensiamo all’esplosione in sé, possiamo pensare a un tempo immobile, immobile come le foto del fungo atomico che tutti abbiamo in mente. E la morte che segue la possiamo immaginare potente e istantanea. Un annientamento, appunto. Se ci avviciniamo all’evento, tuttavia, le cose cambiano. Se ci posizioniamo subito prima e subito dopo l’esplosione vediamo che non c’è stato niente di istantaneo e, soprattutto, che neanche un evento titanico come l’esplosione della bomba atomica può esaurirsi in se stesso. Le persone hanno continuato a morire per anni, dopo l’esplosione. E la vita non si è mai interrotta, neppure durante l’esplosione. Come testimoniamo gli hibaku jumoku, gli alberi bombardati, che pochi mesi dopo già germogliavano.
Questi sono alcuni dei pensieri che ci stanno accompagnando. Pensieri che riverberano nella nostra giornata, anche dopo aver finito le prove ed essere uscite e usciti dalla sala. Pensieri che poi condividiamo, lontane e lontani dalla sala prove, con amici e amiche che ci chiedono che cosa stiamo combinando.
L’altra questione, dicevo, è quella della scrittura scenica. Che noi stiamo trattando non solo come tecnica di scrittura di battute e azioni a partire dalle improvvisazioni, ma anche, e forse soprattutto, come allenamento per capire che, anche quando non stiamo inventando né parole né azioni, ma le prendiamo dai nostri materiali di riferimento, possiamo essere autrici e autori della nostra vita scenica. Ma autori e autrici particolari, che non creano nel chiuso delle loro stanze e delle loro menti, prendendosi il tempo della riflessione e dell’elaborazione, no, scrivere in scena non è un atto individuale, è un atto collettivo, e non si realizza con ponderazione, ma nella febbre dell’azione, sotto pressione, tenendoci col fiato sospeso…”
Luciano Colavero.










