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Vita di classe


Niccolò Macchi debutta con “Da dove viene la rabbia”

Al termine della residenza artistica che ha accompagnato per tutta l’estate il percorso dei due allievi registi del terzo anno, Niccolò Macchi e Martina Sagone, siamo lieti di annunciare la presentazione dei loro rispettivi spettacoli.

Ad aprire questo percorso sarà Niccolò Macchi con “Da dove viene la rabbia”, spettacolo liberamente tratto da “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, in scena il 6 e 7 ottobre alle ore 20.30 al Teatro Flaiano di Roma (Via di S. Stefano del Cacco 15).

“Quelli che oggi non si fermano all’amore dove credono di andare? Alla saggezza terrena? Al bieco calcolo, alla piccolezza e all’infelicità?”
S. Kierkegaard

Da questa domanda prende avvio il nostro lavoro.

Viviamo in un tempo in cui l’uomo appare sempre più fragile, bisognoso di certezze, di riconoscimento, di un luogo da occupare e difendere. Una fragilità che può trasformarsi in dominio, in bisogno di esercitare la propria autorità, in una continua ricerca di definire, comprendere e controllare la natura femminile.

È dentro questa contraddizione che incontriamo la scrittura di David Foster Wallace: nella sua capacità di restituire la solitudine, l’incapacità di amare, il bisogno quasi disperato di entrare in relazione con l’altro. Due dimensioni che sentiamo profondamente legate al nostro presente. Siamo costantemente connessi, eppure continuiamo a essere soli; cerchiamo incessantemente un contatto, un incontro, attraverso cui poter comunicare e ritrovare, anche solo per un istante, un’esperienza autentica di umanità.

“C’è quasi una sorta di paura che esce fuori, credo, di dover restare da soli e dover restare in silenzio.”
David Foster Wallace

Da qui nasce la scelta di lavorare sulla metafora del Male.

Il Male è l’Uomo, nella sua dimensione patriarcale: una struttura di potere che non appartiene soltanto ai singoli individui, ma che si diffonde, si insinua negli angoli della società, nelle relazioni, nei linguaggi e nelle pieghe più intime delle persone. Un sistema che può nascondersi, mimetizzarsi, diventare apparentemente invisibile, per poi riemergere nel momento in cui è necessario. Ma soprattutto è qualcosa che può essere interiorizzato, riprodotto, trasmesso. È una presenza capace di attraversare tanto gli uomini quanto le donne, condizionandone comportamenti, desideri, paure e possibilità.

Io dico solo che bisogna stare attenti ad assumere un atteggiamento stereotipato sulla violenza, anche nel caso delle donne.
(Brevi Interviste con uomini schifosi)

Il nostro lavoro parte da questa consapevolezza senza voler offrire risposte definitive. Ci interessa, piuttosto, porre delle domande. Proprio per questo abbiamo scelto di costruire lo spettacolo intorno alla forma dell’intervista. L’intervista parte dagli attori e dai personaggi, ma progressivamente supera il confine della rappresentazione. Si allarga. Si dilata. Arriva al pubblico.

Ma il pubblico non è un corpo unico. Uomini e donne occupano spazi differenti e, a partire da questa separazione, attraversano due percorsi distinti.

Il pubblico femminile assume la posizione di D. Una donna che nel testo di Foster Wallace pone delle domande agli uomini, ma la sua voce rimane in gran parte fuori campo: esiste attraverso le domande che rivolge, attraverso ciò che ascolta, attraverso una presenza che il testo lascia intuire senza darle pienamente parola. Abbiamo scelto di intervenire proprio in quello spazio vuoto. Le spettatrici sono chiamate ad abitare quella posizione, a dare corpo e voce a ciò che nel testo rimane sotto traccia. Attrici a tutti gli effetti.

Il pubblico maschile attraversa invece l’intervista come un atto di testimonianza e di confronto con sé stesso: un possibile mea culpa di fronte a quelle forme di silenzio, omertà e complicità attraverso cui il sistema di potere patriarcale può essere riprodotto. Gli uomini sono chiamati ad ascoltare, riconoscere, forse rifiutare, forse riconoscersi. A essere testimoni non soltanto delle parole degli altri, ma anche delle loro responsabilità.

Due posizioni differenti, dunque, che non cercano una contrapposizione, ma che illuminano una frattura già esistente: portarla nello spazio teatrale, renderla fisica, concreta, impossibile da ignorare.

Il teatro diventa allora un luogo di esperienza. Vogliamo creare le condizioni perché qualcosa possa accadere: un dubbio, una presa di coscienza, un disagio, un riconoscimento, forse persino una possibilità di cambiamento.

L’intervista è, in fondo, l’espressione artistica di un conflitto umano. E il conflitto non deve necessariamente essere risolto. Può essere attraversato. Per questo lo spettacolo è soprattutto per e con il pubblico. Il nostro desiderio è che, uscendo dal teatro, ciascuno porti con sé una domanda; non necessariamente una risposta. Perché forse il vero percorso dello spettacolo comincia proprio quando le luci si spengono e quella domanda continua a lavorare dentro di noi.

Un percorso vorticoso, inquieto e per nulla scontato, alla ricerca di risposte che non sappiamo ancora se esistano.

Niccolò Macchi

Da dove viene la rabbia

Regia: Niccolò Macchi
Con: Pietro Antonelli, Andrea Gagliardi
Disegno luci: Pietro Formentini
Aiuto regia: Nicolas Dipinto
Tutor: Matteo Finamore, Gianluca Iumiento

Si ringraziano Simone Guaragna e Pietro Antonelli per l’assistenza alla drammaturgia.

Ingresso gratuito.