La Scuola di Teatro che vanta innumerevoli tentativi d'imitazione!

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Allievi registi in residenza

Con l’inizio della residenza artistica estiva, Martina Sagone e Niccolò Macchi, allievi registi del terzo anno del Centro Internazionale La Cometa, entrano nella fase più intensa del loro percorso di formazione. Per tutta l’estate avranno l’opportunità di sviluppare i propri progetti in piena autonomia, accompagnati dal confronto costante con i tutor e dal sostegno della scuola.

Un’esperienza che culminerà con il debutto di settembre, primo importante banco di prova professionale e momento di passaggio tra la conclusione del percorso formativo e l’ingresso nel mondo del teatro.

Come da tradizione del Centro Internazionale La Cometa, abbiamo rivolto a Martina e Niccolò alcune domande. Nelle loro risposte raccontano le ragioni che li hanno portati a scegliere i testi che metteranno in scena, il dialogo con i rispettivi tutor e le emozioni che accompagnano questa fase decisiva di quella che sarà la loro professione.

Intervista a Niccolò Macchi
Studio da Brevi Interviste con uomini schifosi

Mezzo chilo

Foto di Lorenzo Letizia

Il progetto di Martina Sagone, liberamente ispirato all’omonimo testo di Serena Guardone, affronta il tema del rapporto con il corpo e con il cibo all’interno di una società dominata dal giudizio e dallo sguardo degli altri.

In scena un frigorifero, due corpi, due menti, ma una sola persona. Un’indagine teatrale che mette al centro la pressione sociale esercitata sul corpo femminile e il bisogno di controllo che da essa deriva.

Regia: Martina Sagone
Con: Grazia Ilenia Festa e Veronica Aprile

Tutor del progetto Matteo Finamore

Tutor artistico Francesca Zerilli
Aiuto regia: Andrea Zenobi
Disegno luci: Francesca Zerilli
Produzione: Centro Internazionale La Cometa

Intervista a Martina

Come ci si sente a essere ad un passo dalla conclusione del percorso accademico?

Mi sento come un funambolo apprendista: ho studiato tre anni per capire come camminare sul filo, ora mi ci ritrovo sopra, in piedi, e la paura di cadere è tanta, ma la curiosità di arrivare fino in fondo è ancora di più.

Perché hai scelto proprio questo testo? Cosa ti interessa raccontare attraverso questa storia?

Mentirei se dicessi che negli anni il rapporto col mio corpo sia sempre stato facile. Tuttavia, il percorso accademico mi ha molto aiutata, mi ha fatto crescere anche in questo senso, ho capito che nessun corpo potrà mai essere perfetto ma che tutti i corpi potranno sempre esprimersi nel teatro. Pensando al mio spettacolo di diploma mi sono quindi quasi sentita in dovere di condividere questa mia scoperta e il testo di Serena Guardone è stato come un fulmine a ciel sereno: sapevo che mi interessava parlare del corpo, ma non avevo ancora capito di volerlo fare con l’ironia, la schiettezza e la follia di “Mezzo chilo”. Ho scelto di usare questo testo con quelle parole per raccontare di un dolore universale, delle domande che ci facciamo tutte, dei dubbi che abbiamo tutte e del cibo che mangiamo tutti.

Come sei arrivata alla scelta del tuo tutor tra i tanti docenti della Cometa? Cosa ti ha portato a individuare proprio quel docente come guida per questo progetto?

Sentivo la necessità, per questo progetto, di avere una donna al mio fianco come tutor, volevo uno sguardo femminile che potesse capire la complessità delle tematiche trattate non solo intellettualmente, ma soprattutto fisicamente, col corpo appunto. Inoltre, avevo bisogno di qualcuno che fosse anagraficamente vicino a me, che quindi non fosse troppo lontano da quell’età in cui ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Ho scelto Francesca Zerilli anche per un ultimo fattore: la sua esperienza come tecnica luci. All’interno del mio spettacolo la luce avrà un ruolo fondamentale, disegnerà lo spazio, essendo la scena praticamente vuota. Avevo quindi bisogno di qualcuno con tanta esperienza diretta in questo campo, qualcuno che potesse aiutarmi a costruire il disegno più adatto alle mie esigenze.

Studio da Brevi Interviste con uomini schifosi

Foto di Lorenzo Letizia

Niccolò Macchi porta in scena uno studio liberamente tratto da Brevi Interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace.

Due attori e una televisione danno vita a un flusso di coscienza ininterrotto che coinvolge direttamente il pubblico, invitandolo a confrontarsi con i tabù e le contraddizioni del presente.

Regia: Niccolò Macchi
Con: Pietro Antonelli e Andrea Gagliardi

Tutor del progetto Matteo Finamore

Tutor artistico Gianluca Iumiento
Aiuto regia: Nicolas Dipinto
Assistente alla drammaturgia: Simone Guaragna e Pietro Antonelli
Disegno luci: Pietro Formentini
Produzione: Centro Internazionale La Cometa

Intervista a Niccolo’

Come ci si sente a essere a un passo dalla conclusione del percorso accademico?

È strano. Ho vissuto per tre anni qui dentro e ora mi sembra che tutto stia per scomparire. Potrei tirare fuori un sacco di ricordi legati all’accademia, che mi ha accolto e mi ha cresciuto per tutto questo tempo. Non smetterò mai di ringraziare tutte le persone che mi hanno accompagnato in questo percorso e che mi hanno dato tantissimo: da Lilli Cecere che oltre ad essere la Direttrice della scuola è stata un’insegnante che ci ha accompagnato per due anni a tutti gli altri insegnanti e registi che ho incontrato lungo la strada, fino alle mie compagne e compagni di classe. Da una parte sento che il momento è arrivato, perché ho voglia di fare, di lavorare sodo e sappiamo bene quanto è difficile questo mondo. Dall’altra inizia una nuova fase della mia vita, in cui devo capire CHI sono – sia come persona che come regista – e COSA voglio fare davvero. L’unica cosa che so è che l’unione fa la forza di un gruppo. E con alcune compagne e compagni di classe ci siamo detti di continuare a lavorare e crescere insieme.

Perché hai scelto proprio questo testo? Cosa ti interessa raccontare attraverso questa storia?

David Foster Wallace è per me un punto di riferimento. Nei suoi romanzi e nei suoi saggi riesce a restituire la solitudine e l’incapacità di amare, due aspetti che secondo me hanno molto a che fare con il mondo di oggi; sempre alla ricerca di un contatto, di un bisogno quasi viscerale di incontro fra le persone, affinché i corpi possano comunicare e trovare un felice momento di umanità. Brevi Interviste con uomini schifosi lo considero il suo manifesto poetico, un’opera d’arte talmente complessa da risultare semplice e folgorante a una prima lettura. La scelta di questo testo risiede nella possibilità per gli attori di comunicare direttamente con il pubblico, attraverso la sua immediatezza linguistica, e lavorare sul dare vita a un fatto scenico concreto e partecipativo, dove uomini e donne possono specchiarsi l’uno nell’altra e instaurare un vero dialogo. Il testo e le singole scene si rapportano con il pubblico per condividere un’esperienza collettiva e maieutica, affrontando tematicamente alcuni aspetti cruciali della società: lo sguardo maschile sulla donna, i rapporti di potere nel sesso e altri non -meno-importanti tabù. L’obiettivo è quello di porre delle domande, articolarle all’interno di un evento teatrale e portare il pubblico (femminile e soprattutto maschile) a riflettere. Non a caso il titolo ci suggerisce un aspetto molto importante: le interviste. L’intervista parte dagli attori/personaggi ma poi si allarga, dilata quel concetto e quell’immagine al pubblico che se ne fa carico per tradurla ed esperirla in prima persona attraverso un’azione reale. L’intervista è e rimane l’espressione artistica di un conflitto umano.

Come sei arrivato alla scelta del tuo tutor tra i tanti docenti della Cometa? Cosa ti ha portato a individuare proprio quel docente come guida per questo progetto?

Durante il lavoro svolto insieme all’inizio del terzo anno, mi sono subito interessato e legato molto al lavoro di Gianluca Iumiento. La sua sensibilità verso l’arte dell’attore e del regista, i suoi numerosi interessi multidisciplinari (come l’incontro tra cinema e teatro) – e soprattutto la sua lunga esperienza scenica prima in Norvegia, nell’Est Europa e adesso qui in Italia – definiscono la figura di un artista a 360° lontano dagli schemi tradizionali dell’establishment, ma mosso dalla propria volontà di rinnovamento del panorama teatrale italiano. Grazie a lui ho capito molti aspetti del teatro, sono giunto alla conclusione che è necessario sempre compiere delle scelte radicali e precise, sia artisticamente che politicamente, ma soprattutto che nascano dal personale bisogno di sconfiggere i propri tabù interiori. Per aprirsi nuovi orizzonti possibili. Ho scelto Gianluca perché sapevo che mi avrebbe aiutato a comprendere quegli aspetti del lavoro e della mia pratica registica. Non solo la relazione tra il pubblico e la drammaturgia ma anche e soprattutto il concepire lo spettacolo non come rappresentazione estetica di un’idea ma come fatto scenico vivo e concreto, un atto collettivo totale.